Siamo meno marchigiani e più italiani

Mai come negli ultimi anni si è “lavorato” per l’identità marchigiana e regionale: il risultato, secondo la narrazione di Diamanti (qui un resoconto), è che ora prevalgono la normalizzazione e la perdita di specificità. Insomma, alla fine di questa corsa siamo talmente spiazzati da sentirci più italiani e meno marchigiani.

E’ un bel tema da approfondire.

A “pelle”, e senza un’intensa riflessione, ritengo che le spinte normalizzatrici (di globalizzazione, per un certo verso) siano molto più forti della tenuissima e sparpagliata resistenza della classe dirigente locale.

In secondo luogo, mi si radica ancor di più la convinzione che le politiche siano essenzialmente fatte dalle persone e dai loro comportamenti e non
dalle soluzioni preconfezionate calate dall’alto, inutili perché fotografano un esistente già fuggito.

Terzo, la politica basata sull’offerta ha sempre  più le ore contate: occorre, invece, concentrarsi sulle domande e realizzare ambienti che ciascuno
arricchisca con le proprie risposte.

Buon 2016

Un rabbino riceve ogni giorno un numero crescente di afflitti da ogni sorta di guai: è veramente stanco e la sua fede vacilla.
Un giorno erano così tanti, ma così tanti, che lui fu, suo malgrado, preso dallo sgomento: “Figlioli – disse – ognuno di voi deponga il proprio guaio ai miei piedi.
“Ora, ciascuno di voi prenda dai miei piedi il guaio di qualcun altro”.
In silenzio, ciascuno riprese il suo guaio e se ne andò.

Buon 2016

(La storiella è tratta da “L’ebreo che ride”, di Moni Ovadia, Einaudi editore)