In ricordo di Antonio Santori (1961-2007)
Un vicino aldilà
Il bordo non è un confine. Il bordo è l’incontro, l’ipertesto.
L’ipertesto ha di fronte ciò che lo contiene: la letteratura, la scienza, la filosofia, le immagini del mondo, il loro movimento.
L’ipertesto sovrabbonda. Esiste perché sfugge se stesso, perché ha al proprio interno la possibilità dell’Altro.
I links sono strade da percorrere. Il Potere non le conosce, non le prevede. Esistono come possibilità, sfuggono a ogni tematizzazione.
Il diario sul bordo, non può mai finire o iniziare. Ci ritroviamo a scrivere in altomare.
Nel profondo di me, in quello che è vicino/c’è qualcosa aldilà/c’è qualcosa vicino…
Nel profondo di me, in quello che è vicino/c’è qualcosa aldilà del vicino aldilà/una cosa diversa…
Zone temporaneamente autonome. Dirò di me e dei miei compagni di viaggio, di questi anni che scivolano verso la fine del millennio e sembrano non essere in grado di indicarci più a che punto della navigazione ci troviamo, né di farci scorgere i consueti punti di riferimento, le antiche costellazioni ideologiche. Eppure vagabondiamo ancora confidando negli orizzonti netti e chiari dei tempi delle ideologie, del Centro, del Soggetto. Sentiamo ancora dentro di noi l’Ulisse che cerca il bordo da cui partire e a cui ritornare anche se avvertiamo ormai che il bordo è l’Aperto: assoluta incertezza per una ragione (la nostra) misura-di-tutte-le-cose che ha imposto dall’Umanesimo il proprio illusorio dominio sulle cose. E quindi eccoci ancora qui ad applicare diligentemente e compulsivamente, il nostro schema universale, lo schema del Soggetto occidentale: cerchiamo punti di appoggio nelle zone che crediamo ancora non spazzate dal vento dell’instabilità; zone che noi stessi contribuiamo ancora ad edificare, zone calde e non avventurose che occupiamo con le nostre automobiline, i nostri piani regolatori, i nostri grandi progetti di riordino e di informazione totale.
Eppure siamo smarriti, lo sentiamo profondamente: tutto intorno a noi è il villaggio globale e il suo rumore di fondo. La comunicabilità totale e il suo contrario. E la nostra solitudine,la nostra solitudine rumorosa: nelle zone occupate i messaggi si accavallano tra loro e l’altro che parla o si informa emerge per un attimo dal rumore di fondo ma subito in esso scompare, lasciandoci soli, parlanti e mai uditori della parola dell’altro, immersi in noi, nel rumore di fondo che siamo noi stessi.
Siamo smarriti, davvero.
Sembriamo a noi stessi sconosciuti. Ma qual è il senso di questo smarrimento? Se è vero, cone nota Lévy, che imprevedibile e rischiosa, questa situazione assomiglia ad una discesa lungo rapide sconosciute, dove ci porta la discesa?
Spesso tra noi parliamo di questo. Forse, alcuni pensano, il senso della discesa, dello straniamento, risiede nella possibilità di far emergere una nuova Soggettività, una nuova identità che sia capace di indossare l’umanità come la nostra pelle, come diceva Mc Luhan. Io la penso come loro e spesso aggiungo: le nuove tecnologie della conoscenza e dell’informazione possono aiutarci a scorgere meglio questa nuova Soggettività. Affermazione paradossale? Certo, se ascoltiamo le continue omelie giornalistico-televisive sui pericoli della Rete o le preoccupazioni (pur legittime) del grande Chomsky o dell’economista Herman. E’ chiaro però che costoro si muovono ancora all’interno di un pensiero che è quello della modernità, navigano ancora, cioè, nelle zone calde del Centro, del Medesimo, del pensiero gerarchico e lineare. Giustamente Vattimo recentemente affermava che l’instaurarsi della rete rivolge alla filosofia un appello molto più sostanziale, quello di ripensare l’esistenza e la stessa essenza del pensiero fuori dai modelli ereditati dalla modernità.
Starsene fuori da quei modelli significa vivere sul bordo, in un luogo non monologante ma dialogico, significa avventurarsi in una zona dalla quale è possibile scorgere finalmente l’Altro e con esso il nuovo Soggetto.
Perché è chiaro che tutta la nostra navigazione precedente, tutta la civiltà occidentale, è stata, per dirla con Lévinas, fin dalla sua infanzia, colpita da orrore per l’Altro che rimane Altro, è stata ossessionata dalla volontà di possesso e di riduzione all’Identico, dal non riconoscimento dell’alterità.
Il luogo del nuovo Soggetto è il luogo dell’incontro con l’Altro, con un Tu non assimilabile all’Identico, non integrabile nel Medesimo, nella prise et comprension di Ulisse.
La zona abitata da quest’uomo che si fa Io nel Tu (e che qundi ha possibilità di rompere definitivamente con Parmenide, con il pensiero dell’Identico), Hakim Bey la chiamerebbe una zona temporaneamente autonoma, uno spazio dis-inter-essato, non tematizzabile, non rappresentabile, non dominabile. Tale dis-inter-esse indica la messa in questione della centralità del Soggetto (che si è espressa da Platone in poi nella scrittura e che nella nostra epoca si è esplicitata attraverso il potere monologante della televisione) e lo spostamento del centro dell’attenzione allo Zwischen, all’intervallo tra l’Io e il Tu.
Questa nuova forma di rapporto che minaccia e depone il re, la sovranità del Medesimo che eternamente si è posto come Assoluto, dell’Autore, può essere intuita nel flusso incessante della Rete, nel paesaggio multimediale e temporaneo di una Zona nella quale i soggetti riconoscono l’alterità senza farsi un’idea dell’alterità: non si tratta (infatti) di pensare l’altro, né di pensarlo come altro, ma di rivolgersi a lui, di dirgli Tu (Lévinas).
Le possibilità disinteressate esplicitate dall’ipertesto, dai newsgroup, dalle chat line, indicano una nuova forma di scrittura orale (un silenzio parlante, direbbe Ong) in cui l’Altro è ineffabile perché io parlo a lui ancora prima di parlare di lui (Lévinas).
Forse dobbiamo solo imparare ad ascoltarlo quel rumore di fondo. Qui, sul bordo, ascoltando il rumore, possiamo capire meglio dove ci conduce la follia degli uomini e dei loro calcoli e quali speranze possiamo ancora nutrire (Attali); soprattutto possiamo ancora provare ad ascoltarci ascoltare, mentre ridiventiamo nomadi nel silenzio parlante.
I links sono strade da percorrere. Il Potere, il Medesimo, non le conosce, non le prevede. Esistono perché si sfuggono nelle zone temporaneamente autonome. Sono spunti, insurrezioni, nel silenzio parlante.
Antonio Santori, autunno 1998