Anni verranno
Quando ero giovane, più giovane di adesso, cercavo di immaginarmi a 45 anni. E devo dire che c’è una forte disparità tra il pensiero di un giovane e la realtà di un adulto. Pensavo di trovarmi più grigio – non solo per i capelli: i capelli grigi sono un mio straordinario desiderio e quando trovo qualche pelo bianco tra la barba sono felice – e più stanco, forse anche più arrivato, non nel senso di carriera, ma di formazione. Faccio più fatica fisica a recuperare qualsivoglia sforzo e alla esuberanza s’è ormai sostituita la tecnica ma la generosità è inalterata. La compartimentazione resta un antidoto ma lo sforzo maggiore è quello di non farsi condizionare dal passato. Un condizionamento che genera mostri.
pelosi come i gatti.
Non proverò perciò a immaginarmi a 80 anni, il prossimo traguardo. Vorrei, se possibile, non fermarmi e liberare qualche energia ora trattenuta – da mille motivi, pratici soprattutto ma anche dettati dalla pigrizia – nell’andare a scoprire che cosa mi circonda. Potendo cambierei ancora città e questo suona un po’ sinistro anche se non sono uno di quelli che parla male di Ancona. Però è certo che la pinguedine aumenta l’ipocondria: soprattutto il male del momento è quello che definirei dello “sfavamento” e non trovando sempre stimoli quotidiani penso che andarsene possa essere il modo per ricominciare. Fortuna che poi alle 7 mi alzo per portare i bambocci a scuola e tutto ricomincia da sè.
Dovrò disfarmi di questa infinita fanciullezza.
Fortuna, che anche qui, ci pensa la natura. La fanciullezza che rivive nei tuoi discendenti è il modo migliore per disfarsi della propria. Anche per questo mi dispiace quando Giovannino è troppo serio e s’atteggia a grande. Avrai tempo per esserlo e non per farlo. Devo dire che non c’è alcun rimpianto: non cambierei questa età, così come a vent’anni non avrei mai voluto essere più grande. La fanciullezza non è poi sempre sinonimo di bellezza; sicuramente di energia; ma non può esserci sempre e solo il contenuto – come mi bollava l’inflessibile signorina Tarsetti nei compiti in classe di italiano al ginnasio – a dispetto della forma.
La ricorderò.
Fino a quando – come dicevo – non c’è un condizionamento del passato, il ricordo non può che essere l’unica unità di misura per costruire il futuro. Il ricordo è un tappeto elastico: certo, ci si può cadere e farsi male, specie se diventa una mitica arcadia da mitizzare. Ma senza sapere come e perché sei arrivato fin qui, difficilmente riesci a tracciare una rotta al di fuori del porto del quotidiano.
Poco o nulla ci capirò.
Grazie a dio. Così avrò sempre qualcosa da fare.
Buon compleanno
“Anni verranno pelosi come i gatti. Dovrò disfarmi di questa infinita fanciullezza. La ricorderò. Poco o nulla ci capirò” è una citazione di Andrea Pazienza
Category Archives: Omissioni
A S., con dedica
la faccia triste dell’America
e il vento suona la sua armonica
che voglia di piangere ho…
Finalmente
Il 406 anniverario della morte di Giordano Bruno, condannato al rogo per eresia e arso vivo in Campo dè Fiori a Roma, il 17 febbraio 1600, è stato ricordato a Caldarola con la restituzione al pubblico di una lapide e un busto bronzeo del filosofo e letterato campano, dopo un accurato restauro. La lapide era stata posta nella piazza principale del paese nel 1911 da un comitato di 64 “liberi pensatori”. Oggi quel monumento commemorativo si trova invece nell’atrio di palazzo Pallotta, sede dell’amministrazione comunale. Il velo è stato tolto dal sindaco Fabio Lambertucci, alla presenza del vice presidente della Provincia di Macerata Donato Caporalini, dell’ assessore provinciale Giulio Pantanetti e dell’assessore caldarolese Mauro Capenti. Successivamente, nel teatro di Cladarola, la figura di Giordano Bruno è stata commemorata dal prof. Filippo Mignini, docente di Storia della Filosofia all’ Uuniversità di Macerata. “Egli è oggi ancora vivo nelle sue opere – ha detto, tra l’altro – e continuerà ad esserlo finché‚ ci sarà qualcuno che leggerà quegli scritti. Nel suo pensiero troviamo le radici profonde della modernità”. Presente anche Fedro Buscalferri, a lungo sindaco di Caldarola: suo nonno Antonio Buscalferri fu vice presidente del comitato di “liberi pensatori”, cui si deve l’iniziativa del 1911. La lapide a Giordano Bruno provocò a quei tempi la sentita reazione del parroco della vicina Collegiata di San Martino, mons. Nazareno Cervigni, che lanciò un’invettiva, durante l’omelia domenicale, contro i promotori dell’iniziativa e contro chi aveva partecipato al battesimo dell’effige. Altra circostanza curiosa: la stanza di Palazzo Pallotta che al piano superiore corrisponde all’atrio in cui è posta la lapide è intitolata a Clemente VIII, il papa che mandò al rogo proprio Giordano Bruno. Infine, un ultimo legame con il territorio maceratese è rappresentato dal fatto che, durante la sua permanenza a Londra, il filosofo divenne amico (alla fine degli anni ’80 del Cinquecento) del giurista ginesino Alberico Gentili.
Lettura del giorno
Criteri diagnostici DSM IV-TR per il disturbo borderline di personalità
Modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
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sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
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un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
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alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
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impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate);
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ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
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instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (esempio episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochi giorni);
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sentimenti cronici di vuoto;
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rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (esempio frequenti accessi di ira o rabbia costante o ricorrenti scontri fisici);
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ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.
Intervallo
Stoccolma a mezzogiorno. Giuro la luce è questa:da spararsi.
Scusate il ritardo
"Il resto, cioè la rabbia ce la metti tu. Se non ce l’hai, peggio per te, sei nato sfigato. Se per caso non sapessi disfarti di tutti quegli ingombranti compromessi che passano sotto il nome di buona educazione, cultura, stile, correttezza e tante altre balle, vuol dire che sei qui soltanto per rompere i coglioni, il posto il tram non te lo cede nessuno, tanto meno quello sul carrozzone inteso come mezzo ambulante riservato ai dritti. Se mi permetti un consiglio, cerca di incazzarti più che puoi. E non venirmi a dire che ti mancano le occasioni. Dài un’occhiata in giro e ti accorgi subito quale miniera di cuori sia il mondo. La mattina ti alzi presto e già siamo a buon punto. Se poi devi accompagnare i bambini a scuola, hai già materia per tirare avanti tutta la settimana".
Un omaggio a Beppe Viola ("Quelli che", Baldini&Castoldi). Scusate il ritardo.
Le monde n’est qu’abusion
Per forza la periferia esplode, non c’è più nessun poeta che la canta. Faccio fatica a pensare che in un mondo ormai senza geografia e condannato a non avere luoghi, torni di prepotenza alla ribalta la periferia. Non meno importante della ricerca su come l’uomo attore subisce lo scenario e intona il suo agire al paesaggio è la ricerca sul modo in cui egli allestisce il paesaggio per recitare e per rappresentare le proprie storie. Lo scriveva EugenioTurri, molti anni fa. Voglio dire, la rappresentazione del disagio non è determinato dalla periferia. La stessa rabbia di esclusione si vive anche altrove. Davanti alle vetrine del centro, a Mezzavalle o ai Mutilatini, a passeggio per il Piano. Guardare la periferia è come di consueto evitare di guardare dentro quel centro, senza cui, per definizione, la periferia non può esistere, da cui sgorga a fiotti ogni conato di violenza. “Siamo fatti della stoffa di cui sono intessuti i sogni”. Per forza la periferia esplode, non c’è più nessun poeta che la canta. Ma forse non c’è più nessun poeta e basta.