Mio cognato Franco: sto accudendo la somara Giustina, è l’unica che mi capisce
Mia moglie Patrizia: no, io ho Edoardo qui accanto che dorme
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Mia moglie Patrizia: no, io ho Edoardo qui accanto che dorme
A casa propria, ciascuno stampi (anche in bianco e nero) il volantino in allegato in un numero di copie pari al doppio dei condomini del suo palazzo e le inserisca nelle cassette della posta due volte: la prima intorno a questo fine settimana e una seconda volta tre o quattro giorni prima del 12 Giugno.
Grazie e cordialità.
Esattamente dieci anni scrivevo questo articolo sul Corriere Adriatico. È spuntato fuori in maniera del tutto casuale durante una ricerca in archivio. Non so perché, mi va di pubblicarlo così. C’è anche qualche errore.
POLLENZA – Smessi i panni di bomber di razza, Marco Romiti ha indossato quelli del collezionista e ha creato l’antro delle meraviglie nella cantina di un antico palazzo del centro storico di Pollenza. Stupendi tutti e tre: il centro storico, il palazzo e l’antro delle meraviglie che altro non è che il museo della Vespa, il famoso scooter della Piaggio. Il museo comprende un archivio storico sulla Piaggio e sul prodotto più noto del gruppo di Pontedera: la Vespa. Ci sono ovviamente tanti modelli in esposizione: tra i più rari la 98 cc prima serie del 1946, la Vespa Sei giorni (1951), l’Acma militare, la Vespa 400 (unica vettura prodotta dalla Piaggio). L’unicità del museo di Romiti, tuttavia, deriva dalla raccolta di materiale del Vespa club d’Italia e di tutto il materiale che lega la Vespa al cinema. Raccolti, così, fotografie, coppe, trofei, placche delle manifestazioni che raccontano la storia del nostro paese, ma anche locandine cinematografiche e calendari, rarissimi 8 mm sui raduni, gli oggetti che testimoniano come il merchandising non sia un’invenzione di adesso, persino i giochi dei bambini comunque legati all’immagine dello scooter.
Ad accompagnarci nella visita al museo, oltre a Romiti e alla moglie Mariella, l’assessore comunale di Pollenza Sabrina Ricciardi, dal momento che l’amministrazione comunale intende “sfruttare” l’enorme potenziale turistico di una struttura del genere, davvero unica. «Ho iniziato 20 anni fa a raccogliere il materiale – ci dice Romiti – acquistando la prima Vespa venduta nella provincia di Macerata, una delle prime in assoluto in Italia stante il numero di telaio. Partire con un pezzo importante è stata una fortuna perchè la passione è subito divampata, poi piano piano ho messo assieme tutto il materiale focalizzando la mia attenzione sulla attività dei Vespa club d’Italia».
Il Vespa club è stato il club di marca con più iscritti del mondo e ha svolto un ruolo fondamentale nell’affermarsi del marchio. Uno dei più attivi, spinto dalla passione del conte Leopardi, era quello di Ancona ma tutti si prodigavano nella realizzazione delle imprese più stravaganti ma soprattutto, attorno al proprio oggetto d’amore, costruivano amicizie e rapporti destinati a durare e a non lasciarsi intaccare dalle differenze. «Ancora adesso, il Club ufficialmente si è sciolto negli anni Settanta – afferma Romiti – ho trovato in loro amicizia e cordialità tanto che in molti mi hanno dato il materiale a titolo gratuito per il piacere di veder crescere il museo».
La Vespa come religione: sono tanti gli aneddoti che Romiti racconta. Nel 1952, i vespisti promisero di marciare tutti assieme allorquando Trieste sarebbe tornata italiana: e la promessa fu mantenuta nel 1954 (e Romiti ci mostra la placchetta che ricorda l’avvenimento). Nel 1957, oltre 500 donne facevano parte del club Ragazze in vespa: segno di emancipazione in un mondo che stava cambiando ma che consentiva loro di votare da pochi anni. E così via, la storia della Vespa è legata al nostro tempo in maniera strettissima: basta guardare i calendari e le illustrazioni (e, per certi versi, la pubblicità) sui giornali dell’epoca.
Romiti, ora, oltre alla soddisfazione per il risultato conseguito, ha un rammarico: che tantissimo materiale stia prendendo la strada dell’Oriente dove la Vespa è un vero e proprio culto. Si disperde così un patrimonio che difficilmente potrà essere riacquisito. Il museo è aperto il sabato e la domenica nel periodo estivo e su prenotazione (rivolgersi all’ufficio cultura del Comune xxxxxxx o direttamente a Marco Romiti xxxxxx) nel restante periodo dell’anno.
Sulla Vespa, sul suo successo, sulla importanza che ha avuto nella costruzione di un immaginario collettivo nel nostro paese, sono stati scritti talmente tanti volumi da rendere improvvido il tentare di dirne in poche righe. All’uscita dal museo di Romiti, però, resta una sensazione che la Vespa trasmette: la libertà di progettare e costruire un futuro dove l’individuo ha come limite la propria fantasia. Signora libertà, signorina fantasia, cantava il poeta De Andrè: un rapporto indissolubile, con la prima; un legame giocoso e affettuoso, con la seconda. Un po’ come l’altro grande mito di quell’epoca, il rock’n’roll: ricerca del luogo della speranza e, all’arrivo in nessun posto, dolorosa consapevolezza che quel luogo non esiste. Forza Vespa, allora, abbiamo ancora tanti chilometri da fare.
Sul Corriere Adriatico di oggi.
100110: 38 in numero binario
In questo periodo di grande silenzio sono stato anche qui
Dal Corriere Adriatico di oggi. In realtà era nato come un omaggio a Blu ma lui non m’ha cagato manco di striscio. Resta l’omaggio all’unica arte delle nostre tristi città.
Segno identitario, il graffito urbano marca la decomposizione delle nostre città. Tutte, non solo marchigiane, anche se nelle Marche lo spaesamento è più forte perché la città, sebbene così piccola, è sempre stato un fulcro dirimente della società. Basta pensare alla divisione tra cittadini e contadini che talora ancora incombe nel magma indistinto della geografia senza luoghi che questo territorio è diventato. Il netto segno colorato è un argine alla china sfocata e indistinta che abbiamo davanti. Costringe il benpensante a dire, ma guarda un po’ che schifo, così che magari torna a provare un sentimento ormai dimenticato. Costringe il pianificatore a ripensare ciò che sta facendo togliendo ogni funzione a quelle strade e a quei muri altrimenti ingrigiti da esistenze grige e grigi dibattiti su parcheggi e isole pedonali. Costringe il distratto, ad accorgersi di comunicazione e conversazione, non importa in che forma, che, come ci ha insegnato un uomo primitivo nelle caverne, hanno comunque un senso e non sono solo un mercato. La firma, il tag come si chiama, sotto un segno colorato sui nostri muri, è l’amo che divide la persona da quella che è pescata da tutte le altre e dà significato a quel muro altrimenti inutile. Trasforma l’inerzia in dignità. Ricorda un po’ Moana Pozzi che Antonio Ricci fece sfilare nuda in una trasmissione di molti anni fa. “Dovrei vergognarmi io?”, diceva. Splendida, sorridente e sincera. E, allora, poco importa, se il muro si sporca. A chi graffia così, possiamo dire solo grazie.
