Ahmad Shah Massoud

“Per essere onesto, mi piacerebbe passare il resto della vita a ricostruire il mio paese”. Wikipedia inizia con questa affermazione la pagina italiana dedicata a Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir, nato il 9 gennaio del 1953 e morto il 9 settembre 2001 alla vigilia dell’attentato alle Torri Gemelle. Devo a un giornalista, Ettore Mo, la conoscenza, e per certi versi l’ammirazione, nei confronti di Massoud. Che poi questo ricordo torni fuori nel giorno della sua nascita è un’altra coincidenza che mi sorprende. Da qualche giorno, infatti, de relato alle questioni del Tricolore e dell’Unità di Italia, mi scopro ad essere nazionalista o patriota, due termini largamente antitetici alla mia formazione e militanza. Poi, arriva il presidente Napolitano e spiega che “non siamo riusciti a farci capire”. Ecco, sì. forse è questo.

Vediamo di mettere in ordine questi pensieri sparsi e confusi. Vedo una disgregazione – non a parole, proprio fisica – del nostro Paese e non posso che paragonarla a quello che è accaduto nella Jugoslavia. Due paesi strategici in periodo di Guerra fredda; due paesi inutili dopo il crollo del Muro di Berlino; due smembramenti diversi solo per indole e storia dei protagonisti. Là sangue e orrore – di cui tutte le etnie sono state vittime – e una fine che nemmeno il più crudele dei nazisti avrebbe mai pensato: la nascita di Stati secondo le etnie. Solo che non l’ha deciso un nazista, bensì l’Europa e gli Stati Uniti. Qua una lenta disgregazione creata su nemici artatamente creati alla bisogna, una classe politica del tutto distaccata dalle reali esigenze dei cittadini che, nel corso del tempo, ha messo in fuga, esiliato o cooptato nel silenzio ogni pensiero o azione dissonante. Infine, una parola d’ordine – federalismo – che a furia di essere ripetuta ha perso ogni significato rimanendo semplice significante salvifico.

La fine è nota. Un Nord “del fare”; un Centro “rosso e sociale”; un Sud “criminale”; uno Stato confessionale all’interno. Croazia e Slovenia come la Padania; Serbia come il Centro Italia; Macedonia, Montenegro e Kosovo come Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, pronte a produrre reddito grazie ai vari proibizionismi; Vaticano come la Bosnia, dove – come è noto – ci sono i campi d’istruzione della Jihad. Di qua non si spara, ma si mandano gli emissari a salvare i peccatori in cambio di prebende molto terrene e poco spirituali.

Contro questa fine, non resta che un sano nazionalismo. Forse meglio centralismo, non so. Decentramento? Ma mi pare che sia un po’ tutto scritto nella Costituzione, che forse andrebbe solo applicata e resa concreta. Davvero se uno nasce a Rovigo o a Ferrara deve avere un sistema sanitario differente? E come si fa a studiare ai confini tra Marche e Abruzzo? Per non parlare della difesa del paesaggio, bene pure costituzionale. Si possono fare un pensiero e un’azione di sinistra che abbia l’Unità d’Italia come punto fondamentale?

Allora Massoud, che combattè con la stessa tenacia sovietici e talebani. Ma solo per voler ricostruire il proprio paese. Unico e intero. Come nel 1861, come nel 1943. Quello che so di Massud viene in gran parte da Ettore Mo, anche per difendere la categoria: i giornalisti fanno storia. Al di là dell’intervista famosa e citatissima (ma forse sarebbe il caso di rileggerla e qui non si può che ringraziare Internet e Rcs), l’appello che Massoud fece al Parlamento europeo. E siccome non c’è peggior sordo di chi è sordo per davvero come un burocrate europeo, fu un appello che rimase inascoltato. Da lì dieci anni di clash of civilization che arricchiscono i potenti e impoveriscono i popoli, di qualunque fede essi siano. Questo è il rischio, di lasciare inascoltato il messaggio dell’Unità d’Italia, e di trascorrere anni a fare guerre sante, perciò inutili, contro i mulini a vento, mentre altri si arricchiscono.

Voglio essere come Massoud? Non ne ho la stoffa nè la formazione militare. Ricordarne oggi la figura vuole solo ribadire la necessità di un impegno per il proprio Paese con un’identità fluida e molteplice. Abbastanza bene? Non è più sufficiente.

Vita di redazione

C’è un giocatore di calcio, Ciro Immobile, che è nel mirino dell’Ascoli. Si tratta di un giovane centroavanti di grandi speranze e dal nome temibile per i giornalisti. In particolare quando c’è da abbinare la tradizione sintesi di un titolo a un concetto. E così una locandina (le classiche civette che troverete domani in edicola) diventa uno splendido calcio di rigore. Mi spiego. Il primo strillo era IL BOMBER IMMOBILE. Basta mettere in porta il mitico Cech e si aggiunge IL PORTIERE CECO. Il gioco è fatto. Il bomber immobile e il portiere ceco. Sarebbe piaciuta a Umberto Saba.

WW III or MEDIAWAR I

Dunque, alle 22.30, comincia la terza guerra mondiale. O la prima guerra mediale mondiale. Mentre tutti noi eravamo, chi più chi meno, impegnati a cazzeggiare su Web 2.0 o 3.0; a fantasticare su Apps e applicazioni che ci avrebbero, e in alcuni casi hanno, cambiato la vita; su connessioni sempre più veloci e portatili; ecco che quel sistema biologico che è la rete decide improvvisamente di tornare alle origini del progetto Internet. La ricreazione è finita, abbiamo perso. Le autostrade dell’informazione non servivano a creare un nuovo modello di sviluppo. Che abbaglio. Erano la prosecuzione della politica con altri mezzi. Servivano tutt’al più a trasferire i benefici del warfare da alcuni soggetti a altri e a cambiare alcuni (non quelli più importanti) confini della geopolitica. Per il resto nulla di diverso. Accumulo di ricchezze da una parte e creazione di nuove povertà dall’altro. L’amico (almeno nei principi di libertà di espressione e divulgazione del sapere) che diventa nemico e stupratore; la guerra dichiarata dagli altri; la necessità di una risposta adeguata per preservare i principi.. eccetera eccetera. Lo scenario prevede collasso della rete, hackeraggio a tutto spiano, restrizione delle libertà. C’è una bella immagine attribuita a un dirigente della Bbc (l’ho letta in rete e mi dispiace non poter attribuirla a chi di dovere): quando c’è un’alluvione, il primo bene che manca è l’acqua. E’ così anche oggi: in questo diluvio di notizie in diretta, la vittima di oggi è l’informazione.

Ciao Antonello

Ci sono persone che non puoi chiamare amico ma che quando non ci sono più ti mancano più di un amico. Antonello era così. Premuroso, sorridente, sempre capace di venire incontro alle tue esigenze. Le confidenze che ci scambiavamo magari fumando all’esterno del ristorante non erano mai sconvolgenti pipponi sui drammi dell’umanità ma semplice cazzeggio in folle quando hai tirato un po’ troppo le marce. Puro piacere. La frase fatta in questi casi è: il dolore è non aver capito e non essere stato vicino. Non è certo sufficiente. Il dolore vero è esser stato sfiorato dalla vita di Antonello e non averla afferrata. Ma il prezzo è troppo salato. Ciao Antonello, ti sia lieve la terra.

Vorrei una donna

Vorrei una donna che mi corteggiasse. Sguardi carichi di attese e ciocche dei capelli mosse come inesauribile segno di seduzione. Che mi dicesse cose carine e mi invitasse a cena. Che scegliesse il vino che mi piace. Che mi regalasse una rosa dal venditore bengalese amico mio. Che volesse finire la sera a caas sua. Poi, non glielo darei.

di giornalisti, minori e facebook

Sono indietro, molto indietro. Soprattutto vittima di un meccanismo che ho contribuito a creare e, come insegna la storia, non c’è peggior trappola di quella che uno si autocostruisce. Dunque, riassunto delle puntate precedenti, niente più fb, ma blog e twitter. Solo che ovviamente sul mio profilo su fb ci sono i feed per cui quello che scrivo da una parte viene commentato altrove. Mi impegno a non rispondere su fb ma qui o su twitter. All’inizio, anzi, volevo scrivere una mail alla collega, grazie ad un post della quale ho deciso di lasciar perdere le conversazioni di fb perché sono solo un inutile perdita di tempo se dedicate a questioni non emozionali, poi ho deciso che non era corretto (nei confronti della mia riflessione su quali strumenti della rete usare), ed era meglio un post. Questo. La mia convinzione che sia sbagliato pubblicare le foto di Ruby (fatte quand’era minorenne mentre lei diventa maggiorenne) senza la protezione che si deve a un minore deriva unicamente dal rispetto di una serie di norme che i giornalisti si sono dati. Il fatto che il soggetto diventi maggiorenne è una questione ininfluente: la foto ritrare un/una minorenne anche dieci anni dopo. Per questo va tutelata sempre e comunque. Tutte le foto nuove del soggetto sono ovviamente pubblicabili in qualsivoglia guisa. Non mi sembrava particolarmente complicato né innovativo. Trovo francamente irritanti, perciò, gli squasi di chi dice che si vergogna di essere giornalista, che gli errori sono più delle cose fatte bene, e via discorrendo. A me telefona (cambiato settore, adesso meno) un sacco di gente che si lamenta per quello che esce sul giornale e mi dice che cosa invece avremmo dovuto fare. Io non mi permetterei mai – è la risposta standard – di dire a un altro – dal cardiochirurgo all’idraulico – come deve fare il suo mesterie. Tutti si peritano, invece, di dirmi come deve fare il giornalista. La risposta cade se dall’altra parte c’è un collega. Nel momento di una trasformazione epocale che riguarda la categoria, anziché vergognarci o disattendere le norme che ci siamo dati, sarebbe meglio portare nel futuro un bagaglio di competenze e saperi che nessuna tecnologia potrà e dovrà cancellare.

Un post al mese

Post un po’ in volata per non saltare ottobre nel conto dei mesi. In realtà scrittura un po’ imposta e quindi più difficile. Ho praticamente abbandonato ogni contatto con la vita virtuale. A cominciare da facebook che ho messo da parte con fragoroso silenzio. Mi dispiace per quelli che continuano a chiedermi l’amicizia (ebbene sì, c’è qualche matto che lo fa), vorrei lasciarci solo i link al blog senza la possibilità di commentare. Tiè. Comunque. La fine d’ottobre e l’inizio di novembre sono sempre il periodo più difficile dell’anno. Secondo gli astrologi dipende dal fatto che il sole è alla massima distanza dal mio segno. E’ che in realtà sto prendendo un po’ le distanze da quello che è diventato un po’ il karma che tutto dovrebbe risolvere: la narrazione. Termine consueto per chi frequenta la rete che proprio sulla narrazione ha costruito una parte della sua fortuna dimenticando, molto probabilmente, la concretezza della necessità di azione. Termine adesso sdoganato dalla politica. Peccato Vendola peccato, non ho certo bisogno di una narrazione diversa della sinistra. Avrei bisogno di un’assunzione di responsabilità generale che faccio fatica a vedere in giro. Forse ha ragione chi – più anziano di me per la cronaca – dice che, al momento, l’unica rivoluzione è quella personale. Comunque io che ho sempre invocato lettori più che giornalisti migliori mi trovo a pensare che in realtà sono il primo a non saper più leggere quello che mi accade intorno. Mi ribello leggendo vecchi testi di economia e filosofia (scoprendo che mi mancano molte base teoriche) oppure cercando tra i volti che mi cicondano qualche spira di umanità non sopita. Inutile dire che l’uno e l’altro non fanno altro che aumentare la chiusura in me stesso. Da “poche certezze, tante speranze” a “nessuna certezza, nessuna speranza”. Dovrei cambiare lavoro, su questo non ho dubbi. Non tanto per le attuali condizioni di difficoltà – ne ho passate di ben peggiori – quanto per l’assoluta incoerenza tra l’aspettativa e il risultato. Poi, mi accorgo che non sarebbe sufficiente e vorrei cambiar paese. Ma è ancora troppo presto… e quando sarà, sarà probabilmente troppo tardi. Non è proprio periodo…

Mio figlio mi ha bannato dagli amici di facebook – 2

Il profilo di Nicola
Mi sono sempre chiesto perché avessi aggiunto al titolo di un precedente post la dicitura – 1. Pensavo, evidentemente, che dovesse esserci un seguito. Forse, si potevano aggiungere alcuni dei commenti degli amici alla vicenda. Con ciò, peraltro, limando il senso del blog. Nel senso che se i post si vedono anche su facebook e li vengono commentati, sarebbe un inutile doppione andarseli a riprendere. Ma è vero anche che c’è chi legge l blog e non mi segue su fb. Ferveva il dibattito e, come di consueto, la realtà ha superato ogni aspettativa. Nicola, mio figlio, è tornato a casa da Porto Recanati e, dopo una breve ma franca discussione, ha deciso che mi avrebbe riammesso tra gli amici. Cosa che ovviamente non ha fatto fino al giorno in cui l’ho minacciato: o mi mandava la richiesta di amicizia (non potevo essere io, ca va sans dire) o gli avrei disattivato l’account. L’ha fatto. L’ho così potuto mettere nel mio profilo. Poteva finire lì. Poteva ma così non è stato. Infatti, sul suo profilo ha aggiunto una serie di genitori e di fratelli e sorelle pescati tra i suoi amici. Insomma, ha disconosciuto ogni forma di paternità. Appena appena un po’ più grande di lui, lessi “Uccidi il padre e il madre” di Jerry Rubin. Sebbene non ne avessi tratto un’impressione molto confortante, non posso ora che ripetermi che la cerqua non dà le melarance.