L’altro pomeriggio, ho preso il giorno di riposo per andare ad ascoltare Predrag Matvejevic alle Muse dove gli conferivano un premio nell’ambito di una articolata manifestazione di cui, la conferenza era la cosa che ho trovato più interessante. Due cose ho sottolineato dell’intervento, bello ma non bellissimo. Scritto, Matvejevic, è molto meglio e più evocativo. La prima è quella del passaggio dell’identità dell’essere all’identità del fare. Passaggio duro ma fondamentale la cui asperità emerge anche dalla amarezza con cui Matvejevic parla della sua esperienza- lui grande uomo di cultura – di euroburocrate. La seconda cosa bella è il ringraziamento che ha fatto alle Ong (secondo Patrizia italiane, io credo invece che abbia detto in genere) che sono intervenute nella ex Yugoslavia. Ero a Mostar, nel 1996, ed è la prima volta che sento qualcuno che se ne ricorda.
Ieri pomeriggio, invece, mi sono incazzato con il prete – è il vice parroco ma non mi ricordo il nome – di Torrette ai funerali del ragazzino morto precipitato il quale, nell’omelia, non ha trovato niente altro da dire se non prendersela con i giornalisti per quello che è accaduto. Immagino che volesse dire per come è stato raccontato quello che è accaduto. I preti, come molti cattivi politici, non fanno che trasferire all’esterno i sentimenti che i parrocchiani (i cittadini) esprimono e sicuramente anche in questo caso, il sacerdote s’è fatto carico delle istanze della sua comunità. La parrocchia, tra l’altro, è proprio quella dove, secondo l’ordinanza della procura dei minori, avvenivano gli incontri prima dei presunti stupri di Torrette. Per cui capisco che il prete ce l’abbia a morte con chi l’ha reso noto. Capisco meno scaricarsi la coscienza accusando gli altri e negando proprie responsabilità. Se c’è una responsabilità dei giornali sui casi di Torrette è di aver scritto troppo poco.
Ecco, dall’identità dell’essere all’identità del fare.

