Il segreto di Pulcinella

Non è un mistero la predilezione che ho per James Ellroy. Rileggendo American tabloid mi sono soffermato su una pagina dedicata al “segreto di Pulcinella”, una lettura dal di dentro dell’omertà. In pratica, in un’organizzazione criminale “tutti sanno tutto di tutti” e la forza nasce dal fatto che nessuno ha interesse ad utilizzare quelle informazioni. Non è il segreto a creare il vincolo associativo, anzi, al sapere spetta perpetuare il meccanismo. Il vincolo e l’ingresso nella società criminale nascono invece dalla ricattabilità di un soggetto. Tanto più devi agli altri la tua posizione (non necessariamente criminale), la tua ricchezza e quant’altro tanto più puoi andare avanti per conservare, nel contempo, la tua posizione e la società criminale stessa. Legare la tua posizione e la sicurezza dell’associazione creano così un nodo inestricabile. Difficile a dirsi ma pensate al dibattito (?) che c’è su Provenzano “malato di sbirritudine” proprio per mettere al riparo la Cosa nostra dagli eccessi dei Corleonesi. Rendere noto il segreto di un ricattabile, ammesso al sodalizio criminale, viene in sostanza usato quando c’è necessità di salvaguardare la società criminale stessa da un qualunque tipo di eccesso. Ma per oggi basta parlare del Pd anconitano.

Copyright e sinistra

Ecco il testo della mail che ho or ora inviato al senatore Palmiro Ucchielli, candidato del Pd alle elezioni europee del 6 e 7 giugno.

Gentile senatore, pochi giorni fa l’Unione europea ha sventato il colpo delle lobby che, con la pretesa della difesa del diritto di autore, volevano imporre un limite alla circolazione delle idee sulla rete. Anche per questo, stride fortemente che il sito informativo di un candidato progressista al Parlamento europeo sia blindato da un copyright che ormai nemmeno il più feroce degli editori impone più. Capisco che non è colpa sua, capisco anche che probabilmente non è una delle questioni dirimenti del suo programma. Eppure ritengo che sia una questione fondamentale, al pari di quella della compressione di tutti i diritti, per un Europa che si voglia veramente incamminare sulla costruzione di una società dell’informazione. Esiste un grande dibattito di giuristi (e non di smanettoni della rete), esistono licenze alternative, esiste una corrente di pensiero che ritiene inderogabile la necessità di tutelare i lavoratori del pensiero da parte della sinistra… Credo che possano bastare queste poche righe per comprendere come da una piccola questione come quella del copyright del sito, possa svilupparsi un reale percorso di innovazione e di collegamento tra l’Europa e le Marche. Grazie per l’attenzione.

Outing elettorale

Un collega siciliano, autore di un interessante blog, in un commento, prende le distanze in maniera molto civile, da una mia affermazione sulla sensazione di inutilità profonda di queste elezioni. E’ stato uno dei tre-quattro interventi contro la mia decisione di non andare a votare. Un altro è di mia mamma, un altro ancora di una collega, oggi invece dalle pagine di Repubblica è Michele Serra a dirmi quanto sono stronzo.

E, allora, ecco questo outing. E’ certo che avrei votato – ma attenzione, colpo di scena, ho tempo fino alle 15 di domani – Partito democratico. La profondissima delusione che provo, però, non nasce dalla rissosità del Governo Prodi; deriva, bensì, dal modo in cui questo partito è venuto alla luce, almeno qui nelle Marche. Regole nazionali e nomenclature locali hanno prodotto un mix di una vacuità persino imbarazzante. Ora, votando, avallerei questa classe dirigente. No, grazie, tutti a casa. Compresi quegli stolidi Soloni che hanno versato fiumi di bit per contestare e che ora fanno la fila con il cappello in mano all’uscita dalla Messa.

Di tutti i politici ascoltati in questo mese di campagna elettorale, nazionali e locali, sicuramente quello che mi ha più colpito è Antonio Di Pietro. Credibile, pacato, concreto, anche moderno qua e là. Soprattutto con una visione…”Serve la volontà per risolvere come quelli della sicurezza e della giustizia”, una delle affermazioni che ha fatto al forum del giornale, è al contempo di una banalità totale ma al tempo stesso sconcertante. L’assoluta risibilità delle canditature proposte nelle Marche, però, terrebbe lontano chiunque abbia minimamente a cuore la metà delle proposte di Di Pietro. Peccato.

A causa del conflitto d’interessi (come è noto, mia moglie è una precaria Rai), evito di commentare gli interessamenti e le telefonate della signora Rosy Bindi. Almeno fino a quando non avrò anche il parere della controparte non dirò nulla ma l’impressione che sia comunque la delusione di questa campagna elettorale è davvero forte. Ma anche questo mi apre gli occhi: Bindi, stracitata dal magico duo Gomez-Travaglio, come la pura, è invece solo la Casta. Ma non nel senso che intende lei.

Sempre per stare al Pd, Giorgio Tonini è una bella figura e la sua presenza nelle Marche non può che fare bene alla classe dirigente del Pd che sicuramente non può ostentare curriculum ed idee del “catapultato”. Tutto ciò rafforza l’idea iniziale: davvero nelle Marche non è stato possibile evidenziare personalità, nel sociale e nell’economia, rappresentative? Non è un problema di legge elettorale ma di selezione della classe dirigente. Che nel Pd è clamorosamente saltata.

Sui contenuti, parlo solo del locale. La consueta descrizione di maniera di problemi e prospettive in una genericità devastante. S’è parlato poco e male d’innovazione e quando Gentiloni lo ha fatto ha persino sbagliato i vincitori delle frequenze wimax nelle Marche. Mah,…

C’è anche una pars costruens. Nei giorni scorsi, ho letto, in una mailing list, un lungo testo di Francesco N. – non metto il nome completo perché non gli ho chiesto alcuna autorizzazione alla pubblicazione cosa che non è molto elegante ma spero che comprenda – che secondo me sarebbe dovuto essere il punto di partenza di qualsiasi riflessione. M’ero ripromesso di rilanciarlo ma non ho avuto tempo. Lo faccio ora, nella convinzione che da qui a un anno saremo di nuovo in campagna elettorale e che da qui si possa e si debba ripartire.

La sinistra che vorrei e voterei. “[una sinistra]… che pur non disconoscendo la centralità del conflitto fra capitale e lavoro (dipendente) che ha caratterizzato il secolo scorso, è cosciente del sorgere di forme di organizzazione del lavoro e di nuovi soggetti sociali (in posizione di debolezza ancora maggiore). Che il meccanismo di accumulazione del capitale si trasferisce dalla produzione di merci materiali a merci immateriali, e che la riduzione dell’informazione e della conoscenza a merce, ha come conseguenza la creazione di una scarsità artificiale di un bene che altrimenti sarebbe per sua natura illimitato e fruibile da tutti. Una sinistra che operi sul mezzo di produzione del XXI secolo, e su questa contraddizione. Che dica chiaramente che questo processo crea ulteriori disparità e concentrazioni (latifondisti della conoscenza e dell’informazione) e forme di sfruttamento. Oltre che di controllo. E quindi combatta i diritti di proprietà intellettuale. Che abbia una strategia di protezione delle forme di organizzazione del lavoro dinamiche e flessibili oggi per lo più sinonimo di sfruttamento e precariato”.