I muri delle città

Dal Corriere Adriatico di oggi. In realtà era nato come un omaggio a Blu ma lui non m’ha cagato manco di striscio. Resta l’omaggio all’unica arte delle nostre tristi città.

Segno identitario, il graffito urbano marca la decomposizione delle nostre città. Tutte, non solo marchigiane, anche se nelle Marche lo spaesamento è più forte perché la città, sebbene così piccola, è sempre stato un fulcro dirimente della società. Basta pensare alla divisione tra cittadini e contadini che talora ancora incombe nel magma indistinto della geografia senza luoghi che questo territorio è diventato. Il netto segno colorato è un argine alla china sfocata e indistinta che abbiamo davanti. Costringe il benpensante a dire, ma guarda un po’ che schifo, così che magari torna a provare un sentimento ormai dimenticato. Costringe il pianificatore a ripensare ciò che sta facendo togliendo ogni funzione a quelle strade e a quei muri altrimenti ingrigiti da esistenze grige e grigi dibattiti su parcheggi e isole pedonali. Costringe il distratto, ad accorgersi di comunicazione e conversazione, non importa in che forma, che, come ci ha insegnato un uomo primitivo nelle caverne, hanno comunque un senso e non sono solo un mercato. La firma, il tag come si chiama, sotto un segno colorato sui nostri muri, è l’amo che divide la persona da quella che è pescata da tutte le altre e dà significato a quel muro altrimenti inutile. Trasforma l’inerzia in dignità. Ricorda un po’ Moana Pozzi che Antonio Ricci fece sfilare nuda in una trasmissione di molti anni fa. “Dovrei vergognarmi io?”, diceva. Splendida, sorridente e sincera. E, allora, poco importa, se il muro si sporca. A chi graffia così, possiamo dire solo grazie.